La scorsa settimana sono stato a Catania. Visitare una nuova città è sempre un’esperienza particolare.
Da un lato sai cosa aspettarti: strade, conglomerati di palazzi, negozi delle multinazionali, il centro, le piazze.
Dall’altro sai che, finché non ci avrai messo piede, non potrai davvero capire com’è, perché ogni città ha suoi tratti unici: l’aria che si respira, l’andatura dei passanti, l’accento e le espressioni dei cittadini, i loro volti. Spesso, i tratti unici non sono nel centro cittadino né nei monumenti, perché questi tendono a enfatizzarli, quei tratti, sino a renderli grotteschi. Negli anni ho sviluppato una certa intolleranza per questi elementi enfatici (anzi, potrei dire di aver sviluppato un’intolleranza per le città in generale, ma questa sarebbe un’altra storia).

Il Duomo di Catania è molto bello, certo, ma Catania non si esaurisce al Duomo. Rispetto a molte altre città, Catania ha una particolarità: il suo mercato è proprio dietro piazza del Duomo, in modo che il centro – turistico, patinato, da cartolina – si confonde con parte della vita autentica dei catanesi.
È un palpito di autenticità: un non piegarsi alla moda di negozi e ristoranti turistici, che pure ci sono, e che rendono il centro di ogni città, soprattutto in Italia, un grande parco giochi.
Durante le mie peregrinazioni, ho cercato qualcosa come il mercato, e per trovarlo mi sono allontanato dal centro, senza una meta. Ho trovato casermoni abbandonati, con le pareti annerite e i vetri delle finestre spaccati; palazzi antichi dagli intonaci scrostati; porticine traballanti, che davano l’idea che neanche si chiudessero; in alcune vie, il bucato era appeso a delle cordicine collegate tra due balconi.
Ho trovato palazzi dai capitelli sbrecciati; basoli sui marciapiedi; antiche botteghe, che generazioni e generazioni si passano tra di loro, senza mai riuscire a trovare il denaro per una ristrutturazione degli intonaci o delle insegne, arrugginite o dai colori sbiaditi.
Quell’usura, quell’antichità, sono tracce autentiche dello scorrere del tempo, e fanno capire che la città, al di là delle cartoline, è un luogo abitato da millenni.
Tuttavia, proprio mentre camminavo e macinavo chilometri su chilometri, mi rendevo conto che Catania era un organismo complesso e stratificato, che continuamente mi sfuggiva.
Per me, la scia di Catania è proprio nei basoli e nei capitelli sbrecciati.

Anche la scrittura intimistica lascia questo tipo di sensazioni.
Quando cominciamo a scrivere, partiamo dal desiderio di esplorare qualcosa di noi o di una persona cara che sia al di là della superficie; se siamo fortunati, come io lo sono stato a Catania, troviamo già nei pressi della superficie qualcosa di autentico come il mercato.
Ma c’è da continuare a scavare, a perdersi nei vicoli, ad ascoltare il suono delle nostre suole sull’asfalto, sui basoli, sui sampietrini. E camminando, camminando, camminando – scrivendo, scrivendo, scrivendo – ci renderemo conto che noi stessi, o la nostra persona cara, per quanto cerchiamo di afferrarla continuerà a sfuggirci, come a me è sfuggita Catania.
Ma questo cosa vuol dire? Che visitare una nuova città – o, fuor di metafora, che scrivere di noi o di una nostra persona cara – sia inutile? No, certo che non lo è, perché attraverso questo lavoro di scavo ci resta una scia – una scia che può essere un odore, un suono, un sapore, o anche il terriccio che si è attaccato sotto alle nostre unghie durante lo scavo: quando scriviamo ricerchiamo quella scia.
