Memoriografie

In questi giorni ho visto un film molto bello. Si chiama “La fine è il mio inizio“, ed è tratto dall’ultimo libro di Tiziano Terzani, in collaborazione con suo figlio Folco. Il regista è il tedesco Jo Baier.

La fine è il mio inizio - Tiziano Terzani - Film

Tra i monti di Orsigna un vecchio, malato terminale di cancro, sa che sta vivendo i suoi ultimi giorni. Chiama il figlio perché lo raggiunga, di modo che lui possa raccontargli la sua vita, e il figlio possa scriverla. Quel vecchio, appunto, è Tiziano Terzani, uno dei più grandi giornalisti e scrittori del secondo novecento italiano. 

Ripercorrere la sua vita significa ripercorrere la storia del mondo dagli anni ’60: la guerra in Vietnam, la Cina di Mao, la speranza dell’ideologia comunista e lo scontro con la realtà. 

Terzani è un uomo che ha vissuto: non soltanto nel senso che è esistito, ma soprattutto nel senso che ha vissuto come voleva, per ciò che era. Ha voluto osservare la storia mentre si svolgeva, partecipandovi, narrandola: l’ha fatto. E una volta che ha compreso che l’unica, vera rivoluzione è una rivoluzione interiore, decide di compierla. Anche qui: ci riesce. 

Si rifugia in Himalaya a contatto con monaci ed eremiti; pratica la meditazione, studia il Vedanta. L’ultimo periodo della sua vita è la testimonianza che la rivoluzione è riuscita. 

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Terzani non ha paura della morte: l’aspetta, freme per il suo arrivo. Sa che la morte sarà l’ultima sorpresa – la più grande – che la vita potrà offrirgli. I dialoghi tra padre e figlio sono anche dei grandiosi mezzi attraverso cui i due rendono la morte comune, naturale. 

Pian piano, Tiziano comincia a staccarsi dalla sua individualità: non vede più il mondo diviso da sé, ma sé stesso nel mondo, sé stesso come totalità. Le distinzioni cominciano a sfumare, e sfuma anche quella che sembrava fin troppo netta perché potesse scomparire: la distinzione tra l’interno e l’esterno. 

Si rende conto che il suo corpo è un abito usurato, da cui tra poco si spoglierà per divenire tutto. Cosa c’è di male in questo? Ma nulla, non c’è nulla di male. Anzi, c’è da gioirne! 

Io diventerò un maggiolino, ci dice Terzani, e allo stesso tempo sarò il filo d’erba su cui il maggiolino zampetta, e sarò albero, e cielo: andrò verso l’infinito. 

E proprio mentre sta per lanciarsi, con le ali di tela del maggiolino, nell’aria vibrante dell’infinito, Terzani racconta la sua vita al figlio. Per accondiscendere al più umano dei desideri: lasciare una flebile traccia d’immortalità, per quando la sua anima e il suo corpo saranno maggiolino.

E così, dopo un’ultima passeggiata con suo figlio Folco in cima al monte, dopo il ritrovo con tutta la famiglia, dopo aver affidato la propria storia al figlio, Tiziano Terzani si lascia andare verso la morte. Ritorna all’infinito, consapevole della nostra connessione intrinseca con l’universo.

Resta una scia, dopo questo film. Ed è una scia che ci ricorda di ricercare il sacro nel quotidiano. Perché «si può fare», come sussurra Terzani a suo figlio.

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