Ogni tanto ritorno su una serie di fotogrammi, di quelli su cui sono ritornato così spesso che non so più se li ho vissuti davvero o sono inventati. Sono i fotogrammi del nonno che un pomeriggio va via da casa mia: è voltato di spalle, si sta dirigendo verso il parcheggio, mentre io sono appoggiato al portone e sto aspettando che entri in macchina per aprirgli il cancello con il telecomando. Ai fotogrammi è collegata una sensazione fisica: la percezione che il nonno, in quel momento, mi si stesse disintegrando davanti agli occhi. È una percezione repentina, sottocutanea, poi i fotogrammi ritornano al nonno voltato di spalle che sale le scale, arriva al parcheggio, entra in auto, mette in moto e, dopo che il cancello si è aperto, va via.

Quando ho saputo del suo tumore la mia mente è ritornata a quella scena e ha pensato che il mio corpo in qualche modo già sapeva. È insensato, irrazionale, spiritico. È stata la prima volta in cui ho visto la malattia. Non ho saputo reggerla. L’ospedale di Lacco Ameno non è attrezzato per le malattie più serie. Il nonno è stato per circa due mesi ricoverato nel reparto oncologico di un ospedale di Napoli. Sono andato a trovarlo soltanto una volta. Non sapevo di cosa parlare, avevo la lingua incollata al palato e pensavo che tutto quello che c’era fuori, nella realtà del quotidiano, potesse urtare una persona che stava stesa in un letto da mesi con le piaghe da decubito. Uno come il nonno, poi, che amava camminare, viaggiare, parlare, sperimentare. Ricordo che mi chiese com’era il tempo fuori; ho balbettato qualcosa di sconclusionato, non sapevo cosa rispondere, avrei voluto cambiare argomento perché me ne facevo una colpa, che io potessi vedere il sole e lui – lui che il sole lo amava, non come me che resterei in camera alla scrivania per giorni – lui era costretto a rimanere nel perimetro di una stanza grigiastra, con il fiato affaticato perché un liquido giallo gli riempiva i polmoni e gli premeva da dentro fino a farlo scoppiare. Adesso so che gli sarebbe piaciuto se io gli avessi parlato del sole, del cielo che era chiaro e splendente, dei raggi caldi nonostante fosse ottobre inoltrato. Ma allora non lo sapevo. Era magro, magrissimo. Quando si accorse che stavo fissando le sue braccia, Mi servirebbe fare un po’ di palestra, mi disse. E mia mamma: sì, devi fare un po’ di palestra, ci andrai con Gianmarco, anche lui sta facendo palestra. Perché era vero, che stavo facendo palestra, ma soprattutto perché mamma è come il nonno, sanno cosa dire anche se quello che c’è da dire non ha senso, eppure serve, perché allenta una pressione altrimenti schiacciante. Hanno un qualche segreto per bloccare il pianto che arriva dalla gola e trasformarlo in una risata. Io non ce l’ho fatta. Mi sono alzato e sono uscito fuori dalla stanza. E ho pianto, perché non so fare come loro, non riesco a bloccare il pianto che mi arriva dalla gola, quel liquido acidulo che poi diventa salato e ti offusca gli occhi. Non volevo farmi vedere così dal nonno. Ma il nonno capiva. Il nonno capiva e io no. Il nonno sapeva che nella vita si nasce e nella vita si muore. Io fino a quel momento pensavo che nella vita si nascesse e basta, che la morte esisteva, certo, ma figurati se arriva a prendere proprio te e la tua famiglia. Il nonno è morto come ha vissuto: pensando a risollevare l’umore degli altri quando lui stava per morire e aveva dei dolori che descritti a parole appaiono stucchevoli, finti, perché troppo reali, troppo vividi per essere condensati nel linguaggio ordinario. Ricordo il nonno che con la bava alla bocca chiedeva di farla finita, invocava Dio perché Dio gli facesse la grazia di prenderselo. Ricordo qualche giorno prima che morisse. Sapevamo tutti che il momento stava arrivando: io, la mamma, la nonna; più di tutti il nonno. Durante il decorso di una malattia terminale, sopraggiunge un momento in cui apparentemente non è cambiato niente, ma tutti capiscono che si sta giungendo alla fine. Ricordo l’attimo esatto in cui non riuscivo a entrare nella sua stanza. Il nonno era ritornato a casa sua, era nel suo letto. Pensavo che quella avrebbe potuto essere l’ultima volta in cui entravo nella camera da letto dei nonni e avrei potuto vedere il nonno lì come lo avevo visto migliaia di volte. Facevo un passo in avanti e tre indietro, non riuscivo ad asciugarmi gli occhi. Il nonno mi vide. Vide che andavo avanti e indietro; mi fece cenno di avvicinarmi. Io mi avvicinai, piangevo, piangevo mentre il nonno sorrideva; mi disse che non dovevo essere triste. Il nonno stava morendo e mi diceva che non dovevo essere triste. Persi anche l’ultima scheggia di compostezza e iniziai a piangere a singhiozzi. Allora il nonno mi fece una domanda. Sarebbe stata l’ultima domanda, l’ultima volta in cui avrei potuto parlargli mentre era ancora cosciente. Le ultime sue parole rivolte a me. Io piangevo, cercai di asciugarmi gli occhi ma asciugandomeli piangevo di più. Con la voce roca per i liquidi che gli galleggiavano nei polmoni, il nonno mi chiese: «Hai mangiato? Chiedi alla nonna di farti una cotoletta, a te piacciono le cotolette». Due parole, fiato corto, labbra che sorridono: «Hai mangiato?». Sono il suo testamento. Ogni tanto ci penso, quando sono in doccia con l’acqua calda che mi scorre sui capelli, penso a quelle due parole e sento dalla gola quel sapore di acqua salata, ma la ricaccio giù e sento di dover vivere. Di dover mangiare. Per lui, perché lui mi ha insegnato a farlo.
Quella sera ho scritto una poesia. Non ricordo più dove sia, ormai dispersa nel cloud o in un qualche hard disk impolverato. Non ha importanza, perché ogni volta che vado a dormire, da allora, guardo la faccia del nonno che sorride e mi chiede: «Hai scritto, oggi?».
Se n’è andato mentre gli stringevo la mano. Un rantolo durato ore, la bocca che schiumava, gli occhi all’indietro, la pancia che sobbalzava. Il medico continuava a dire che ormai non sentiva più dolore. Che ormai era partito. Io non sapevo se credergli. Che ne sa, dicevo, mica l’ha vissuto. Sono rimasto steso accanto a lui, in attesa. Sta avvenendo ancora ora: noi due stesi sul letto, le altre persone intorno. Stiamo aspettando insieme; gli sono vicino, ora che non può vedere le mie lacrime (che ne so? magari le vede), ora che se ne sta andando. Se ne va mentre gli tengo la mano. Lo vedo inspirare, attendo l’espirazione, ma l’espirazione non è mai arrivata. Il soffio vitale: ho capito perché lo chiamano così quando ho visto che quello era l’unica cosa che lo manteneva in vita, l’ultima cosa a lasciarlo, ben dopo la coscienza – anche se il nonno è stato sempre cosciente, lo strazio è lì – com’è il tempo, non devi essere triste, la cotoletta. Credevo di essere pronto, mi ero preparato a questo momento. In un certo modo ho sperato che arrivasse, che il nonno smettesse di soffrire, ma quando arriva non è come l’hai immaginato. Non si può immaginare la mancanza di una persona. Ricordo che, dopo che era morto, mentre tutti pensavano ad avvertire il prete e gli altri familiari, io mi rannicchiai in un angolo. Non sapevo se non provavo niente o se il mio era un dolore cosmico. Stavo forse piangendo perché la condizione lo imponeva? Erano lacrime vere? Mi stavo sforzando di piangere perché non sentivo niente? Non sapevo ancora cos’era la morte, non sapevo che la morte non è il respiro che non c’è più. Sarebbe stata il nonno che non mi chiede più se ho mangiato: un vuoto incomprensibile soltanto un minuto, un’ora, un giorno dopo, un vuoto che matura con gli anni. Non è vero che il tempo cura le ferite: è tutto il contrario. Ci penso nei momenti in cui fisso il nulla e penso che questa è la morte: il non poterlo più vedere. Quando mi appare in sogno e mi chiede hai mangiato? e realizzo che non lo sentirò più con queste orecchie, ma solo con quelle della mente, non meno reali, non meno autentiche, ma che non sono le orecchie fisiche con cui ascolto l’acqua della pasta che bolle e il timer quando è pronta.
«Dobbiamo fare la nottata». Disse la nonna quando tutti erano andati via. Il nonno era ancora steso nel letto come se fosse stato ancora vivo. La nottata è una notte intera da svegli, tutti nella casa del morto (chi è il morto? cosa vuol dire il morto?), a vegliare. È un modo per darsi coraggio gli uni con gli altri. Nessuno voleva chiudere gli occhi e trovarsi il nonno sotto alle palpebre. Non perché il nonno fosse diventato qualcosa di macabro (non lo sarebbe mai diventato, neanche da morto, perché mantiene la vitalità che non scompare neanche con la morte: un’allegria innata), ma perché nessuno voleva rendersi conto che da quel momento in poi avrebbe potuto vederlo soltanto sotto alle palpebre. Durante la nottata, ognuno ha ricordato alcune storie con il nonno protagonista. Qualcuno ha detto che ero forte, che non piangevo. È perché avevo pianto prima, quando nel letto pensavo che io avrei potuto dormire e il nonno in quel momento stava soffrendo. Adesso non sapevo più come pensare al nonno, non sapevo più cos’era diventato, e questo mi atterriva, mi atterriva molto più del dolore. Vedevo la mamma, gli occhi gonfi, le borse violacee, le rughe accentuate come carta strappata; vedevo la nonna boccheggiante, che respirava dalla bocca perché l’aria tutt’un tratto era diventata troppo pesante, opprimente, e vedevo il dolore. La sofferenza. Pensavo al nonno, steso di là sul letto, la pancia tirata in dentro, e pensavo che era a uno stadio del viaggio più avanzato. Aveva già sofferto. La morte è di chi resta qui. Lo capii durante la nottata, mentre cercavamo di ridere a battute che non facevano ridere, mentre la zia raccontava aneddoti di lei e del nonno di tanti anni fa, aneddoti che erano buffi ma che in quel momento apparivano di un’altra epoca. Ridevamo con la bocca e con il fiato – fiato che il nonno non aveva più, e che noi tiravamo sempre un po’ in dentro, quando ci scappava nel far finta di ridere, come per rispetto, come a dire che avremmo voluto prestare al nonno un po’ del nostro fiato, anche tutto il nostro fiato, tutto quello che avevamo in corpo e tutto quello che avevamo buttato fuori da quando eravamo nati fino a quel momento, e anzi anche quello del futuro, quello che avremmo buttato fuori dal corpo ma non avevamo ancora buttato, raccoglierlo tra le dita, strapparcelo dai polmoni, con le unghie, con le tenaglie, e ficcarlo giù per la gola del nonno, per riempirgli quella pancia convessa che era attratta verso il dentro da qualcosa di oscuro, di nero, e che noi, con il nostro fiato caldo, avremmo riequilibrato verso il fuori, avremmo fatto ritornare la pancia tonda del nonno, la bella pancia tonda del nonno che esibiva d’estate al mare, e che noi nipoti conoscevamo forse anche più di tutti gli altri, perché era compito del nonno – anzi: piacere, non compito; avrebbe detto – portarci al mare quando eravamo piccoli, e noi nipoti eravamo cresciuti con il nonno e con la pancia del nonno davanti al naso, avevamo imparato cos’è una circonferenza grazie alla pancia del nonno, e quando abbiamo scoperto che la terra è un ovale, nell’inconscio, in quella parte del cervello in cui i pensieri corrono più veloci di quanto riusciamo ad acchiapparli, tutti noi abbiamo equiparato la terra alla pancia del nonno, perché tutti noi sapevamo che il nonno aveva un mondo dentro – durante la nottata ridevamo con la bocca e con il fiato ma non con gli occhi. Gli occhi non ridevano. L’avvenimento più bello della nottata fu quando la nonna si alzò dalla poltrona su cui si era rintanata e disse di abbassare la voce. Disse che eravamo dei cretini – lo disse alle mie zie, non a noi, i nipoti, a noi la nonna non ci avrebbe mai chiamato cretini, così come il nonno – perché qualcuno avrebbe potuto pensare che ridevamo davvero e stavamo disonorando la memoria del nonno. È stata l’unica volta, durante la nottata, in cui abbiamo riso anche con gli occhi. Abbiamo riso perché avevamo realizzato che la nonna aveva ripreso a vivere, che quella era la nonna, che ora che il nonno non c’era più era lei a ricordarci, a tutti noi, cosa significasse essere bambini e avere dei nonni. Allora ancora non lo sapevamo, ma una parte della nonna è morta quel giorno, molto più del nonno, perché muore una parte di chi resta, non di chi va, come se uno spicchio di cervello si atrofizzasse e si accartocciasse su se stesso. Questa è la morte: la parte del cervello atrofizzata, che quando ricordi di averla – e lo ricordi sempre, prima o poi, è un fatto fisico, come quando perdi un braccio, ci pensi quando fai la doccia, quando vedi che piove dal cielo, quando sei al mare e pensi all’odore che aveva la sabbia quando eri bambino – perché era un odore diverso, un odore che non ritornerà più – quando ricordi di averla senti quella sostanza salina che ti sale dalla gola e si ficca negli occhi, e fai di tutto per ricacciarla dentro perché, insomma, ti hanno insegnato che il tempo è un balsamo e tu come lo spiegheresti che sei qui, a guardare un film sul divano, un film che è una commedia, per giunta, e tu inizi a piangere, tu che non hai pianto neanche al funerale.
Ti ricordi la pancia in dentro, le guance, come se qualcosa avesse risucchiato via tutta la sostanza che formava il nonno e avesse lasciato l’involucro. Non lo tocchi. Ora che sei nella stanza da letto, il giorno dopo che il nonno è morto, pronto per essere portato via, impomatato e inamidato, non lo tocchi perché non è il nonno, quella cosa. Non vuoi sentire il freddo perché l’hai già sentito una volta: da allora ti è sempre rimasto sul labbro superiore; se ci pensi con insistenza ricordi le cellule epiteliali che hanno toccato la fronte fredda di tuo zio. Il sapore dell’incenso sulle labbra. È finita, e una parte di te pensa che è giusto così, che se la scelta è tra sofferenze indicibili e un sonno profondo allora la reale scelta non c’è. Quando la malattia arriva è qualcosa di inesorabile. È come un incidente, all’inizio. Continui a rimuginare sul perché è capitato a lui? Perché a lui che neanche fuma? Lo chiamano il tumore dei fumatori, mio nonno che non ha mai preso una sigaretta. Mia madre l’ha ripetuto come una litania, fino all’ultimo, anche dopo l’ultimo, come se ci fosse qualcosa di inesatto, una diagnosi scambiata con un altro paziente. Come se il corpo che si stava rinsecchendo davanti ai nostri occhi non fosse quello del nonno, ma di un altro, simile al nonno ma non il nonno, il nonno reale sarebbe sbucato da dietro qualche angolo, fresco e sorridente come solo il nonno sapeva essere. Ma a tutti noi è giunto il momento in cui abbiamo capito che quello era davvero il nonno – per il modo in cui ci guardava, per come affrontava la malattia, per ciò che ci sussurrava con la voce roca e gli occhi che ridevano mentre ogni respiro gli trapassava i polmoni. È giunto per tutti il momento in cui abbiamo compreso che la malattia era reale, e lì la malattia ha iniziato a distruggere ogni cosa, macinato tessuti ossei e pensieri, stritolato convinzioni e speranze. E ha triturato anche i dubbi, perché non c’era spazio per i dubbi, per le domande. A un certo punto non ti chiedi più Perché a lui? Perché non ne hai più la forza. Vedi il nonno così debole – il nonno debole? possibile? – e non riesci a chiederti altro, le parole ti muoiono dentro. A un certo punto non è più come un incidente – uno strappo dell’ordinario fluire della vita, una sorta di bug nel codice binario dell’esistenza – e diventa qualcosa di reale, di tangibile. È questo ciò che fa più male: la malattia diventa parte della persona. Diventa qualcosa di altro da noi. Ci siamo noi, i sani, e ci sono i malati. I malati sono di un altro schieramento, che non riusciamo a comprendere. È questo ciò che la malattia più distrugge: alza un divario, un muro. E quanto più tu vorresti essere il malato, addossarti i dolori, i respiri, i tormenti del malato, tanto più ti ricordi che non lo sei, che il tuo respiro scorre liscio nel corpo e non ti disintegra gli alveoli ad ogni passaggio d’aria. Per quanto ti sforzi, non riesci a capire quel dolore, e una sorta di senso di colpa ti prende per la gola.
Ripenso al funerale, al momento in cui il nonno è stato seppellito in cimitero. Il cimitero di Lacco Ameno è arroccato su un promontorio, ha la vista sul mare, i gabbiani gli girano in tondo. Non c’è nessun abitante di Lacco Ameno che non abbia mai pensato almeno una volta nella vita che andarsene a Monte Vico – il cimitero – e farsi sotterrare sia meglio che affrontare gli inconvenienti della vita. Ma Monte Vico è un cimitero, in primo luogo; e ogni volta che lo visito non riesco a pensare ad altro che alla prospettiva concreta di ciò che è: un camposanto su cui sono sotterrati corpi putrefatti in decomposizione, lapidi di marmo o di granito che riassumono con due dati quantitativi intere esistenze di cui non restano che fiori. Il giorno del funerale del nonno riuscivo a pensare solo che stavo camminando sugli scheletri. C’era qualcosa, nell’aria d’incenso di Monte Vico, che mi tramutava i capelli in aghi, i tratti del volto in solchi scavati con una zappa, le borse sotto gli occhi in fondi di laghi. Era l’inizio di gennaio. Avevo un giubbotto leggero di finta pelle; lo ricordo ancora perché ricordo il freddo che provavo, mentre il corpo del nonno salutava la luce e si sedimentava nella terra – le ceneri, anzi: erano solo ceneri, perché il nonno è stato cremato. Si è rilevata una buona scelta, quella del giubbotto di pelle, perché ho potuto sbiascicare – nella secchezza delle labbra che lubrificavo senza risultati con la lingua – che tremavo per il freddo e non perché pensavo di star camminando su degli scheletri, e che di lì a poco avrei camminato anche sulla cenere dello scheletro del nonno. Come se il nonno potesse davvero diventare cenere. No, il nonno non era cenere. In quel momento, infreddolito dentro un giubbotto di finta pelle, sul promontorio di Monte Vico su cui soffiava un vento di gennaio, ebbi un’altra sensazione sottocutanea: il nonno non era lì. O meglio: il nonno non era soltanto lì, il nonno era dovunque. Era come un granello di sale, il nonno, che adesso si era disciolto nell’acqua: il granello non era più fisico, ma al contempo l’acqua non era più dolce, era salata per il sale del nonno. Ci sono dei luoghi in cui l’acqua salata si sente di più: innanzitutto, il luogo della scrittura. Nei giorni in cui mi manca di più torno qui, a leccare il sale del nonno. Adesso il nonno è qui, non se ne va.

Bellissimo racconto ho provato le tue sensazioni… Mi sembrava di essere accanto a te… Grazie… A me piace molto scrivere…
Grazie mille!